Virginia Woolf e Vita Sackville-West: l’amore che diventò Orlando
Quando Virginia Woolf e Vita Sackville-West si incontrarono nel dicembre del 1922 appartenevano allo stesso mondo letterario britannico, ma sembravano incarnare due modi quasi opposti di attraversarlo. Virginia aveva quaranta anni, aveva già pubblicato diversi romanzi ed era una delle figure centrali del Bloomsbury Group, l’ambiente di scrittori, artisti e intellettuali che stava mettendo in discussione molte delle convenzioni dell’Inghilterra edoardiana e post-vittoriana. Vita, di dieci anni più giovane, era una scrittrice, poetessa e aristocratica dalla presenza magnetica, cresciuta a Knole, l’immensa dimora dei Sackville nel Kent.
Entrambe erano sposate. Virginia dal 1912 con Leonard Woolf, scrittore, editore e compagno fondamentale della sua vita; Vita dal 1913 con Harold Nicolson, diplomatico e scrittore. Eppure, dietro due matrimoni destinati a durare, esistevano vite sentimentali molto meno convenzionali di quanto le apparenze potessero suggerire. Vita aveva già avuto intense relazioni con donne, tra cui quella con Violet Trefusis; anche Nicolson ebbe relazioni con uomini. Virginia, a sua volta, aveva sperimentato attrazioni e legami affettivi con donne. Raccontare oggi queste vite usando categorie identitarie precise non è sempre semplice: le parole, le possibilità sociali e persino il modo di concepire la sessualità erano diversi. Ma le lettere e i diari non lasciano dubbi sull’intensità del rapporto che sarebbe nato tra Virginia e Vita.
L’incontro tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West
Si conobbero il 14 dicembre 1922, durante una cena organizzata da Clive Bell. Virginia rimase immediatamente incuriosita da Vita. Pochi giorni dopo, nel suo diario, la descrisse come una donna appartenente all’aristocrazia ma priva, ai suoi occhi, della rigidità che associava a quell’ambiente. Annotò anche che era una “pronounced Sapphist”, una “saffista dichiarata”: un termine allora utilizzato per indicare l’attrazione e le relazioni amorose tra donne.
Non fu però una storia nata in una notte. Nei mesi e negli anni successivi le due donne iniziarono a frequentarsi, a scriversi e a entrare sempre più profondamente l’una nel mondo dell’altra. Vita cominciò inoltre a pubblicare attraverso la Hogarth Press, la casa editrice fondata da Virginia e Leonard Woolf.
Le differenze tra loro alimentavano l’attrazione. Virginia era affascinata dalla sicurezza di Vita, dalla sua fisicità, dalla sua capacità di muoversi negli ambienti sociali e aristocratici. Vita, alta, elegante e abituata a viaggiare, rappresentava qualcosa di molto distante dalla vita più raccolta e intellettuale di Virginia.
Nel diario del dicembre 1925, Woolf osservò Vita entrare in un negozio di Sevenoaks e la descrisse come se emanasse una “candle-lit radiance”, una luminosità simile a quella delle candele. Non era soltanto un’osservazione estetica. Nei suoi appunti Virginia torna più volte sulla presenza fisica di Vita, sulla sua sicurezza e sull’effetto che esercitava su di lei.
La relazione divenne anche sentimentale e sessuale. Stabilire con precisione quando iniziò la dimensione fisica del rapporto è più difficile che ricostruirne quella emotiva, ma alla metà degli anni Venti Vita e Virginia erano ormai coinvolte in una relazione amorosa che i rispettivi mariti conoscevano.
«Mi manchi in un modo semplice, disperato, umano»
Sono soprattutto le lettere a permettere di entrare nella loro relazione senza doverla reinterpretare a distanza di un secolo. Quelle di Vita, in particolare, possono essere sorprendentemente dirette.
Nel gennaio del 1926, durante un viaggio in Persia dove Harold Nicolson era stato inviato per motivi diplomatici, Vita scrisse a Virginia una delle lettere più celebri della loro corrispondenza: «Mi manchi, in un modo semplice, disperato, umano.»
Poi l’intensità aumenta. Vita le confessa di essere arrivata a una condizione nella quale, scrive, “I am reduced to a thing that wants Virginia”: «sono ridotta a una creatura che desidera Virginia».
Non sono parole facilmente riconducibili a una semplice amicizia. Allo stesso tempo, la loro relazione non seguì mai il modello di una coppia tradizionale. Entrambe continuarono i propri matrimoni e Vita ebbe altre relazioni. La distanza fu una presenza costante: viaggi, impegni, altre persone e temperamenti molto diversi producevano avvicinamenti e allontanamenti.
Il rapporto con Leonard Woolf, soprattutto, impedisce di trasformare la vita sentimentale di Virginia in una storia lineare. Virginia e Leonard rimasero sposati fino alla morte di lei nel 1941, condividendo non soltanto la vita privata ma anche un progetto intellettuale ed editoriale. Il loro matrimonio e l’amore di Virginia per Vita non devono necessariamente essere letti come due storie che si annullano a vicenda.
È anche per questo che definire semplicemente Virginia Woolf “lesbica”, “bisessuale” o attraverso un’altra identità contemporanea rischia di chiudere una questione che la sua stessa vita rende più complessa. È più significativo osservare ciò che Woolf scrisse, le persone che amò e il modo in cui trasformò il desiderio in letteratura.
Vita Sackville-West non era soltanto la musa di Virginia Woolf
Nella storia di Orlando è facile che Vita finisca per essere ricordata soltanto come la donna amata da Virginia Woolf. Sarebbe però una rappresentazione molto riduttiva.
Victoria Mary Sackville-West, nata nel 1892, era cresciuta a Knole in una delle famiglie aristocratiche più antiche d’Inghilterra. Fu poetessa, romanziera, giornalista e in seguito anche una delle figure più importanti della storia del giardinaggio britannico grazie alla creazione, insieme a Harold Nicolson, del giardino di Sissinghurst Castle.
Negli anni Venti e Trenta conobbe inoltre un notevole successo letterario. Alcuni dei suoi libri vendevano più di quelli di Virginia Woolf. La differenza è che la reputazione letteraria delle due avrebbe seguito percorsi molto diversi nel corso del Novecento: Woolf sarebbe diventata una delle autrici centrali del modernismo, mentre l’opera di Sackville-West sarebbe rimasta maggiormente legata alla storia culturale britannica.
Anche sentimentalmente Vita aveva vissuto molto prima di incontrare Virginia. La relazione con Violet Trefusis era stata particolarmente intensa e turbolenta. Le due erano arrivate a fuggire insieme in Europa mentre Vita era già sposata con Nicolson. In alcuni momenti Vita adottava inoltre un’identità maschile, utilizzando il nome Julian, soprattutto durante i viaggi con Violet.
Questa libertà – per quanto possibile all’interno dei limiti sociali dell’epoca – esercitava un fascino evidente su Virginia. Ma Vita portava con sé anche una ferita molto diversa, legata non alla sessualità bensì al fatto di essere nata donna.
Ed è qui che la loro storia comincia a trasformarsi in Orlando.
Knole, la casa che Vita non poteva ereditare
Per comprendere davvero Orlando bisogna conoscere Knole. Non era semplicemente la casa d’infanzia di Vita. Era un’enorme residenza aristocratica nel Kent, appartenuta per secoli alla famiglia Sackville, con centinaia di stanze, cortili, dipinti, mobili e testimonianze della storia familiare. Vita crebbe identificandosi profondamente con quel luogo e con il passato che rappresentava.
Ma non avrebbe potuto ereditarlo. Alla morte del padre nel 1928, Knole passò infatti lungo la linea maschile a un altro ramo della famiglia. Vita era figlia unica, ma era una donna. Le regole ereditarie che governavano la proprietà le impedirono di diventare proprietaria della casa nella quale era cresciuta e alla quale si sentiva profondamente legata.
Virginia conosceva bene questa ferita. E quando iniziò a immaginare un nuovo libro, decise di fare qualcosa che la realtà aveva negato a Vita: darle una storia nella quale il sesso non fosse più un confine immutabile.
Nasce Orlando
Nell’ottobre del 1927 Virginia Woolf annotò nel diario l’idea di una nuova opera che avrebbe dovuto essere, almeno inizialmente, una sorta di divertimento dopo la complessità di To the Lighthouse. Al centro avrebbe messo Vita.
Il risultato fu Orlando: A Biography, pubblicato nel 1928.
Il libro si presenta ironicamente come una biografia, ma il suo protagonista sfugge immediatamente alle regole della biografia tradizionale. Orlando nasce uomo nell’Inghilterra elisabettiana, vive per secoli senza invecchiare secondo le normali leggi del tempo e, durante un soggiorno a Costantinopoli, cade in un sonno misterioso. Quando si risveglia è diventato una donna.
La trasformazione non viene trattata come una tragedia né come una punizione. Orlando è la stessa persona.
Woolf lo dice con una semplicità sorprendente: il cambiamento di sesso modifica il futuro del personaggio, ma non la sua identità fondamentale.
Da quel momento il romanzo può fare qualcosa che una biografia reale non avrebbe potuto fare: osservare il mondo prima attraverso un uomo e poi attraverso una donna, mostrando quanto le aspettative sociali, i diritti, l’abbigliamento, il comportamento e persino la libertà personale dipendano dal genere attribuito a una persona.
Orlando ama inoltre uomini e donne attraversando epoche e identità differenti. Il desiderio non viene rinchiuso in una categoria stabile e il genere stesso diventa qualcosa di molto più mobile di quanto la società britannica degli anni Venti fosse disposta ad ammettere.
Quasi un secolo dopo, è inevitabile che Orlando venga letto anche attraverso le esperienze queer, transgender e non binarie contemporanee. Sarebbe però anacronistico sostenere che Woolf stesse utilizzando queste categorie nel significato che hanno oggi. La forza del romanzo sta proprio nel fatto che, senza possedere il nostro vocabolario, mette in crisi l’idea che sesso, genere, desiderio e identità debbano necessariamente coincidere in modo immutabile.
Vita dentro Orlando
Il legame con Vita non era nascosto. Anzi, Orlando gioca deliberatamente con la forma della biografia. Nelle prime edizioni comparivano fotografie di Vita Sackville-West presentate come se fossero ritratti del protagonista nelle diverse epoche. La finzione letteraria e la persona reale si sovrapponevano davanti agli occhi del lettore.
Anche la storia familiare di Orlando richiama quella dei Sackville. Le grandi dimore, la genealogia, l’aristocrazia, il rapporto con la terra e con gli antenati appartengono al mondo nel quale Vita era cresciuta.
Ma Woolf non si limitò a trasformare la propria amante in un personaggio. Prese elementi della sua identità e li liberò dalle regole che nella vita reale li avevano limitati. Vita non poteva essere l’erede maschio di Knole; Orlando può attraversare entrambi i sessi. Vita apparteneva a una genealogia rigidamente regolata dalle leggi dell’eredità; Orlando attraversa secoli di storia. Vita aveva dovuto negoziare continuamente il rapporto tra matrimonio, desiderio per le donne e aspettative sociali; Orlando attraversa amori e identità senza lasciarsi definire una volta per tutte.
È qui che Orlando diventa molto più di un ritratto romantico. È contemporaneamente una dichiarazione d’amore, una biografia fantastica, una satira delle convenzioni sociali e una riflessione radicale sul genere.
«La più lunga e affascinante lettera d’amore della letteratura»
Quando Orlando uscì l’11 ottobre 1928, Vita aveva ricevuto qualcosa di difficilmente paragonabile a un normale regalo d’amore: Virginia aveva trasformato parte della sua vita, della sua famiglia e della sua identità in letteratura.
Il manoscritto originale venne regalato a Vita con una dedica estremamente semplice: «Vita from Virginia».
Decenni più tardi Nigel Nicolson, figlio di Vita e Harold, avrebbe descritto Orlando con una frase diventata celebre: «The longest and most charming love-letter in literature» – «La più lunga e affascinante lettera d’amore della letteratura».
La definizione è romantica, ma coglie soltanto una parte del libro. Perché quella lettera d’amore conteneva anche una forma di restituzione simbolica. Virginia non poteva cambiare le leggi che avevano impedito a Vita di ereditare Knole. Poteva però riscrivere la sua storia. E lo fece attraverso un personaggio che non accetta i confini che la realtà aveva imposto alla donna che lo aveva ispirato.
Cosa rimase del loro amore
La fase più intensa della relazione tra Virginia e Vita non durò per sempre. Negli anni Trenta il rapporto sentimentale si trasformò progressivamente, ma le due donne continuarono a scriversi e a essere presenti nelle rispettive vite.
Questo forse rende la loro storia ancora più interessante. Non c’è un finale netto nel quale l’amore scompare e le due protagoniste prendono strade completamente separate. Rimase un’intimità costruita negli anni, insieme a un legame intellettuale e affettivo che sopravvisse alla trasformazione della relazione.
Virginia Woolf morì nel marzo del 1941. Vita Sackville-West sarebbe vissuta fino al 1962.
Ma tra le cose che rimasero c’era Orlando. Il manoscritto che Virginia aveva regalato a Vita è oggi conservato proprio a Knole, la casa che Vita aveva amato e che non aveva potuto ereditare. È difficile immaginare un epilogo più simbolico: la storia fantastica con cui Virginia aveva reinventato Vita è tornata nel luogo dal quale quella storia, in parte, era cominciata.
Perché Virginia, Vita e Orlando parlano ancora al mondo LGBTQ+
Oggi Orlando occupa un posto particolare nella cultura LGBTQ+ perché è difficile rinchiuderlo in una sola definizione. È stato letto come testo femminista, romanzo queer, riflessione sulla bisessualità, anticipazione di sensibilità legate alla fluidità di genere e gioco modernista sull’identità. Ognuna di queste letture illumina una parte dell’opera, purché non si dimentichi che il libro nacque in un contesto storico molto diverso dal nostro.
Forse la sua modernità sta proprio qui. Nel 1928 Virginia Woolf immaginava un personaggio per il quale essere uomo o donna non esaurisce l’identità, il desiderio non segue necessariamente un’unica direzione e le regole che la società considera naturali possono rivelarsi semplicemente costruzioni sociali.
Ma dietro queste grandi questioni rimane qualcosa di molto personale.
C’erano due donne che si erano incontrate a Londra nel 1922. Si erano osservate, desiderate, amate, scritte e influenzate. Una delle due aveva trascorso la vita portando con sé il rimpianto di una casa che, per essere nata donna, non avrebbe potuto possedere.
L’altra prese quella donna, la sua casa, i suoi antenati, i suoi amori e perfino le contraddizioni della sua identità e ne fece letteratura.
È per questo che, quasi un secolo dopo, Virginia Woolf e Vita Sackville-West continuano a essere inseparabili da Orlando. Non perché il romanzo sia semplicemente il racconto della loro relazione, ma perché Woolf riuscì a trasformare quell’amore in qualcosa di più grande: un’opera nella quale identità, genere e desiderio potevano finalmente oltrepassare i confini che la realtà continuava a imporre.

