La venatrix dimenticata: il mosaico romano che riscrive la storia delle donne nell’arena

Per secoli abbiamo immaginato l’arena romana come un mondo dominato esclusivamente dagli uomini: gladiatori armati di spada, cacciatori di belve feroci e imperatori che assistevano agli spettacoli dagli spalti. Eppure la storia continua a sorprendere. Un nuovo studio pubblicato sull’International Journal of the History of Sport propone infatti una rilettura destinata a riaccendere il dibattito tra gli studiosi: un mosaico romano del III secolo, rinvenuto in Francia oltre 160 anni fa e andato distrutto durante la Prima guerra mondiale, potrebbe raffigurare la prima immagine conosciuta di una venatrix, una donna addestrata a combattere contro gli animali nell’arena.

Non siamo di fronte alla scoperta di un nuovo reperto archeologico, ma a una rilettura di un’opera già conosciuta dagli studiosi. La nuova interpretazione è stata proposta da Alfonso Mañas, storico dello sport e ricercatore affiliato all’Università della California, Berkeley, che identifica nella figura femminile del mosaico una venatrix, anziché un semplice assistente dell’arena o un personaggio simbolico come ipotizzato in passato. Se questa lettura dovesse trovare conferma all’interno della comunità scientifica, il mosaico costituirebbe la prima testimonianza visiva conosciuta di una donna impegnata nelle venationes, una pratica finora documentata soltanto dalle fonti scritte.

Un mosaico perduto, ma mai dimenticato

La storia del mosaico è quasi romanzesca. Fu scoperto nel 1860 a Reims, nell’attuale Francia, all’interno di una ricca domus romana. Misurava circa undici metri per nove ed era composto da trentacinque riquadri decorati con scene di combattimenti tra gladiatori, cacce agli animali e spettacoli dell’anfiteatro. Pochi anni dopo la scoperta venne accuratamente disegnato dall’archeologo francese Jean-Charles Loriquet, che ne pubblicò le tavole nel 1862. Quelle copie si sarebbero rivelate preziosissime, perché il mosaico originale venne distrutto durante i bombardamenti della Prima guerra mondiale e oggi ne sopravvive soltanto un piccolo frammento. 

Proprio grazie ai disegni ottocenteschi, Mañas ha potuto rianalizzare una figura che per oltre un secolo era rimasta sostanzialmente ignorata. Il personaggio impugna una frusta, è raffigurato accanto a un leopardo e presenta chiaramente un seno scoperto. Secondo lo studioso, questi elementi non sono casuali ma indicano con precisione il ruolo della protagonista.

Come scrive nell’articolo, «Women fighting beasts in arena games are attested by the written sources, but no visual source is known to show their image» (“Le donne che combattevano contro le belve negli spettacoli dell’arena sono attestate dalle fonti scritte, ma finora non era nota alcuna rappresentazione visiva”). È proprio questa la portata della sua ricerca: non dimostrare che le donne partecipassero agli spettacoli romani — fatto già noto agli storici — bensì identificare quella che potrebbe essere la loro prima raffigurazione iconografica.

Perché non è una gladiatrice

La protagonista del mosaico è stata spesso descritta come una “gladiatrice”. Dal punto di vista storico, però, la definizione più accurata è un’altra.

Nell’antica Roma esisteva infatti una netta distinzione tra i gladiatores, che combattevano contro altri esseri umani, e i venatores, specialisti addestrati per affrontare animali selvatici durante le cosiddette venationes. La figura individuata da Mañas apparterrebbe a questa seconda categoria e il termine corretto sarebbe quindi venatrix, la forma femminile di venator. 

Secondo lo studioso, la donna rappresentata nel mosaico non sta affrontando direttamente il leopardo con la frusta, ma svolge il ruolo di succursora, cioè di assistente esperta incaricata di indirizzare l’animale verso un altro cacciatore presente nella scena successiva del mosaico. Una funzione documentata anche da iscrizioni romane, ma mai attribuita prima a una donna. 

Il significato del seno scoperto

C’è però un particolare che più di ogni altro ha alimentato il dibattito: il seno scoperto della protagonista. Tuttavia, secondo Mañas, la nudità non avrebbe un significato erotico nel senso moderno del termine.

Nei mosaici romani, infatti, la resa dei dettagli anatomici era limitata e il seno scoperto costituiva un espediente iconografico immediato per rendere riconoscibile una figura femminile. Lo studioso osserva inoltre che tutti gli altri personaggi del mosaico presentano un torace piatto, mentre la donna mostra chiaramente il seno destro, raffigurato con tessere disposte in modo da evidenziarne il volume. Questo dettaglio, insieme ai tratti del volto e all’assenza dell’equipaggiamento tipico di altre figure dell’arena, costituisce uno degli argomenti principali della nuova interpretazione.

Le donne combattevano davvero nell’arena?

L’idea che le donne prendessero parte agli spettacoli romani non nasce con questo studio. Le fonti antiche lo raccontavano già.

Lo storico Cassio Dione riferisce che durante il regno di Nerone uomini e donne appartenenti persino all’ordine equestre e senatoriale parteciparono a spettacoli con animali feroci. Più tardi, il poeta Giovenale descrive la celebre Mevia, una cacciatrice che affronta un cinghiale con il petto scoperto, mentre Marziale celebra gli spettacoli inaugurali del Colosseo voluti da Tito, nei quali comparvero anche donne impegnate nella caccia agli animali. 

Le testimonianze, tuttavia, sono pochissime. Fino a oggi gli studiosi disponevano di appena sei riferimenti letterari e di nessuna immagine identificabile con certezza.

Un secolo di storia in più

La conseguenza più interessante della ricerca riguarda la cronologia.

Gli storici ritenevano che le venatrices fossero scomparse intorno alla fine del I secolo d.C. o, al più tardi, all’inizio del II secolo. Inoltre, intorno al 200 d.C., l’imperatore Settimio Severo vietò la partecipazione delle donne ai combattimenti gladiatori. Se il mosaico di Reims, datato al III secolo, rappresentasse davvero una venatrix, significherebbe che queste artiste dell’arena continuarono a esibirsi almeno per un altro secolo rispetto a quanto si pensasse finora. 

Lo stesso Mañas sottolinea l’importanza della sua ipotesi scrivendo che l’identificazione della figura «adds an entire century to the history of these female performers of the arena», aggiungendo cioè “un intero secolo alla storia di queste protagoniste degli spettacoli dell’arena“.

Una teoria convincente, ma ancora da discutere

Come ogni studio innovativo, anche questo è destinato ad alimentare il confronto tra gli specialisti. Alcuni archeologi hanno accolto con interesse la nuova interpretazione, mentre altri invitano alla prudenza, ricordando che il mosaico originale è andato perduto e che gran parte dell’analisi si basa sui disegni realizzati nell’Ottocento. Sebbene il frammento superstite sembri confermare l’accuratezza delle copie di Loriquet, sarà il dibattito accademico a stabilire se la proposta di Mañas diventerà il nuovo punto di riferimento per gli studi sull’arena romana. 

Indipendentemente dall’esito della discussione, questa ricerca ricorda quanto la storia sia una disciplina in continuo movimento. Non sempre servono nuove scoperte per cambiare ciò che sappiamo del passato: talvolta basta osservare con occhi diversi un reperto noto da oltre un secolo. Ed è proprio in queste riletture che emergono figure rimaste troppo a lungo ai margini del racconto storico, come quella di una donna che, quasi duemila anni fa, potrebbe aver affrontato un leopardo davanti a migliaia di spettatori, conquistandosi un posto nell’arena e, oggi, anche nella storia.

© immagine: Illustrazione realizzata con intelligenza artificiale, ispirata al mosaico di Reims (III secolo d.C.) e allo studio di Alfonso Mañas pubblicato su The International Journal of the History of Sport.