That’s a Pride: a Milano una mostra collettiva racconta identità, libertà e visibilità LGBTQ+

Nel cuore del Pride Month 2026, Milano ospita That’s a Pride, una mostra collettiva che attraverso arte contemporanea, fotografia e pittura invita a riflettere sui temi dell’identità, della rappresentazione e della libertà di essere sé stessi.

Ospitata presso il Dazio Cinque Giornate dal 17 al 30 giugno 2026 e curata da Alfonso Umali, l’esposizione riunisce undici artisti appartenenti a generazioni e percorsi differenti, accomunati da una riflessione sul corpo, il desiderio, la memoria e le molteplici forme attraverso cui oggi si costruiscono e si raccontano le identità.

Più che offrire una lettura univoca delle esperienze LGBTQ+, la mostra sceglie di attraversarle da prospettive diverse: intime e autobiografiche, sociali e politiche, poetiche e simboliche. Pittura, fotografia, street art e pratiche visive contemporanee convivono così in un percorso che mette in dialogo linguaggi differenti e invita il pubblico a confrontarsi con alcune delle questioni più attuali del nostro tempo.

Undici artisti, undici sguardi sul presente

Uno degli aspetti più interessanti di That’s a Pride è la capacità di mettere in dialogo artisti appartenenti a generazioni e percorsi molto diversi tra loro. Il risultato è una mostra corale in cui ogni opera aggiunge una prospettiva differente alla riflessione sull’identità e sull’esperienza umana.

Le opere di Antonella Casazza si muovono tra immaginario simbolico e cultura popolare, utilizzando ironia, sensualità e invenzione formale per interrogare stereotipi e convenzioni sociali. Le sue figure sospese tra realtà e fantasia invitano a guardare oltre le apparenze e a mettere in discussione ruoli e modelli spesso dati per scontati.

Un approccio diverso caratterizza invece il lavoro fotografico di Letizia Zocco, che racconta la Milano notturna contemporanea attraverso club, performance e momenti di vita condivisa. Le sue immagini restituiscono il ritratto di una scena culturale fluida e inclusiva, raccontando luoghi e relazioni in cui le identità vengono continuamente ridefinite.

La memoria come luogo di appartenenza

Tra i temi ricorrenti della mostra emerge quello della memoria, intesa non soltanto come ricordo individuale ma come elemento capace di costruire relazioni e senso di appartenenza.

Il giovane pittore spagnolo Juan Carlos Prieto parte da fotografie familiari recuperate negli archivi domestici per realizzare opere che sembrano muoversi tra presenza e assenza. Le immagini, volutamente sfocate e vibranti, evocano emozioni universali come la nostalgia, gli affetti e il rapporto con le proprie radici, trasformando il ricordo personale in esperienza collettiva.

Anche Marta Mez riflette sul legame tra luoghi e memoria. La sua veduta dell’iconico Electric Ballroom di Camden Town trasforma un edificio reale in un’immagine sospesa tra esperienza personale e immaginario collettivo. Il celebre locale londinese, che negli anni ha ospitato artisti come The Clash, Sex Pistols, U2 e Prince, diventa così simbolo di una cultura urbana in continua evoluzione.

Corpi, desiderio e autorappresentazione

Uno dei nuclei più attuali della mostra riguarda il rapporto tra identità, corpo e rappresentazione.

Le fotografie di Federica Palmarin raccontano performer, drag queen, persone transgender e protagonisti della scena queer contemporanea, esplorando il modo in cui ciascuno costruisce e comunica la propria immagine. I suoi ritratti mettono in evidenza come l’identità non sia una realtà statica, ma un processo in costante trasformazione fatto di scelte, cambiamenti e libertà individuale.

Una riflessione analoga emerge nell’opera di Alessandro Grimoldieu, che presenta Una diva senza tempo, lavoro in cui diverse icone della seduzione del Novecento si fondono in una figura femminile archetipica. Più che rappresentare una persona specifica, l’opera invita a riflettere sul modo in cui la cultura visiva costruisce miti, desideri e modelli di riferimento. La diva diventa così una presenza simbolica nella quale convivono fascino, vulnerabilità, desiderio e stereotipo, suggerendo una lettura dell’identità come costruzione fluida e continuamente riscritta.

Anche i lavori di Vetra Cerulli affrontano il tema dell’identità contemporanea, raccontando amicizie, relazioni e frammenti della cultura underground attraverso una pittura di grande precisione e sensibilità. Le sue opere restituiscono dignità e complessità a mondi spesso marginali o poco rappresentati, offrendo uno sguardo autentico sulle nuove generazioni e sulle diverse forme di appartenenza.

Arte e impegno civile

Accanto alla dimensione personale e autobiografica, That’s a Pride lascia spazio anche a una riflessione sul ruolo dell’arte come strumento di testimonianza e impegno civile.

È il caso delle opere di Bruno Volpez, artista che attinge al linguaggio della street culture per affrontare temi sociali e politici. In mostra presenta un ritratto di Marielle Franco, attivista brasiliana per i diritti umani e LGBTQ+ assassinata nel 2018. Un’immagine che diventa simbolo di resistenza e memoria, ricordando quanto la lotta contro discriminazioni e violenze sia ancora oggi attuale.

Il tema delle relazioni e dell’inclusione attraversa anche la ricerca di Alessandro Baffigi, che utilizza un linguaggio essenziale e immediatamente riconoscibile per affrontare questioni legate all’affettività e alle relazioni umane.

Stefano Banfi, forte di una lunga esperienza come graphic designer e art director, rilegge invece figure archetipiche, miti classici e grandi modelli della storia dell’arte attraverso un linguaggio visivo essenziale e contemporaneo, capace di attualizzare immagini e simboli appartenenti al passato.

Completa il percorso il lavoro di Matteo Bianchi, che utilizza il paesaggio e la dimensione naturale come strumenti di riflessione sull’identità, sul desiderio e sul rapporto tra individuo e mondo circostante. Le sue opere, sospese tra realtà e immaginazione, evocano una dimensione intima e contemplativa in cui natura ed esperienza personale finiscono per intrecciarsi.

Un percorso oltre le etichette

Ciò che rende interessante That’s a Pride è la volontà di superare letture semplicistiche o categorie rigide. La mostra non cerca di definire cosa significhi essere LGBTQ+, né pretende di rappresentare un’unica esperienza possibile. Al contrario, offre uno spazio aperto in cui differenze, storie personali, desideri e percorsi individuali possono convivere e dialogare.

In questo senso il Pride viene interpretato come qualcosa che va oltre la celebrazione. Diventa un momento di ascolto, confronto e riconoscimento reciproco, nel quale l’arte assume il ruolo di linguaggio capace di raccontare la complessità delle identità contemporanee.

Per chi visita Milano durante il Pride Month, That’s a Pride rappresenta quindi un’occasione per avvicinarsi a temi centrali del nostro tempo attraverso lo sguardo di undici artisti che, con linguaggi differenti, condividono una stessa esigenza: raccontare la libertà di essere sé stessi.

Visitare la mostra significa confrontarsi con questioni che continuano a essere al centro del dibattito contemporaneo: autodeterminazione, libertà di espressione, riconoscimento delle differenze e diritto di essere visibili.

Informazioni utili

That’s a Pride
A cura di Alfonso Umali

Dove: Dazio Cinque Giornate, Piazza Cinque Giornate 16, Milano
Quando: dal 17 al 30 giugno 2026
Orari: dalle 18.00 alle 24.00
Ingresso: libero

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Opera di Juan Carlos Prieto