Storia LGBTQ+ del Giappone: dai monaci ai samurai, dagli aristocratici agli imperatori

Lo shudo (modo di amare i giovani) è una tradizione del tutto simile a quella che in Occidente troviamo nell’antica Grecia. Nei templi buddisti, tra monaci, l’omosessualità era comune. Nei monasteri il fanciullo, chigo, era un giovane ai quali venivano offerti dai monaci, dai samurai, ma in seguito anche da esponenti dell’alta aristocrazia, vitto, alloggio e una buona educazione in cambio di compagnia emotiva e, alle volte, anche fisica.

Il legame fra il chigo e il maestro finiva una volta raggiunta l’età matura (intorno ai quindici anni) attraverso il rito detto genkupu (cerimonia della maggiore età).

Ugualmente tra samurai l’omosessualità era comune. Il giovane apprendista si legava al suo maestro più anziano fino alla fine del suo apprendistato. Pian piano si diffuse questa pratica anche nel teatro Kabuki dove gli attori spesso erano protetti da influenti signori. Spesso gli attori erano stati venduti da bambini a compagnie teatrali. Tuttavia, nella sfera dello spettacolo muta il rapporto tra protettore e protetto.

I giovanissimi cortigiani riuscivano ad esercitare un fascino particolare grazie ai loro atteggiamenti aggraziati e ad una estetica femminile: spesso veniva chiesto loro di indossare kimono da donna, parrucche e di truccarsi in linea con gli standard di bellezza femminile del tempo.

Bisogna arrivare ai giorni nostri per una definizione di tipo personale dell’omosessualità, quando appaiono i termini dōseiaisha che significa “persona amante del medesimo sesso” e al termine dispregiativo okama.

Attualmente il Giappone tutela legalmente le persone transessuali e non ha mai avuto leggi anti-omosessualità. Le relazioni tra adulti consenzienti dello stesso sesso sono perfettamente legali; tuttavia, non è legale il matrimonio tra persone dello stesso sesso, anche se alcune municipalità hanno legalizzato le unioni civili.

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