Dal “papà” di Breaking Bad arriva un’altra serie da non perdere. In streaming c’è Pluribus che parla (anche) di inclusività 

Per tutti gli amanti della grande serialità c’è una nuova serie tv che, da qualche settimana, è diventata un piccolo fenomeno del web. Stiamo parlando di Pluribus che ha debuttato su AppleTv lo scorso 7 novembre con il primo episodio (gli altri arrivano a cadenza settimanale). Il nome dice poco ma dietro la serie del momento c’è la mente di Vince Gilligan che, in passato, ha portato in tv il mito di Breaking Bad e di Better Call Saul (su Netflix). Ora, il celebre regista e sceneggiatore americano torna nella sua amata Albuquerque per raccontare una storia in bilico tra realtà e follia e dove niente è ciò che sembra. Pluribus non è una serie smaccatamente LGBT, ma nonostante ciò, affronta temi di interesse comune come la paura del diverso e il concetto stesso di inclusività. Per farlo, si affida al genere dello sci-fi per mettere in scena una storia dalla sottile ironia e che riflette sul concetto stesso di umanità. Una serie originale, di grande impatto e che convince per la sua trama per nulla convenzionale. Più di tutto, Pluribus parte da questa domanda: può esistere un mondo in cui tutti siamo pace gli uni con gli altri? 

Pluribus, di cosa parla la serie tv? 

Al centro di Pluribus c’è la vita di Carol Sturka. Lei è una scrittrice di romanzi storici perennemente insoddisfatta del suo lavoro, che scopre di essere l’unica persona immune a un misterioso virus globale. Il contagio, però, non porta morte né distruzione: al contrario, trasforma l’umanità in una comunità di individui euforici, docili e perfettamente allineati, come se un velo di serenità artificiale avesse cancellato ogni conflitto. Incapace di condividere questo nuovo stato di “felicità programmata”, Carol diventa un’anomalia in un mondo dove le emozioni sono calibrate e i pensieri filtrati da un ordine superiore. La serie costruisce così una distopia lucida e inquietante, che indaga sul prezzo del consenso e la fragilità dell’identità individuale. Pluribus riflette anche sul desiderio umano di armonia e sul rischio che la pace sociale, una volta imposta, si trasformi nel più sofisticato dei controlli.

Pluribus, sguardo a un mondo felice ma per nulla utopico  

Fin da quando è terminata la pandemia da Covid-19, sia il mondo della tv che del cinema, hanno cercato di rileggere il dramma sociale di chi ha vissuto una situazione al di fuori dell’ordinario. C’è sempre il rischio di cadere un’algida fotografia di poco spessore ma nessuno, fino a questo momento, aveva osato come Pluribus. Il concetto è più o meno lo stesso: c’è un virus, c’è l’impossibilità di sfuggire al contagio e c’è la conseguenza di un mondo infetto da qualcosa di sconosciuto. Nessuna cura e nessun vaccino all’orizzonte anche perché, da quel che sembra, non c’è un modo per tornare alla normalità. Nel mezzo c’è Carol, arrabbiata con tutti, che si scopre immune ma costretta a vivere in una realtà “felice” e dove il male non esiste. Quel mondo utopistico che tutti sogniamo, però, nasconde qualcosa di ben peggiore. Senza più un libero arbitrio e senza una società libera, ci troviamo vittime di una distopia di rara crudeltà da cui non c’è scampo. E anche se la serie regala uno sguardo su un mondo inclusivo e senza differenze, allo stesso tempo getta lo sguardo su una nuova realtà che non è affatto ideale. Perché, nonostante le guerre, le politiche ostruzionistiche è proprio nella diversità che si trova il valore aggiunto. In streaming per ora ci sono i primi 3 episodi.