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sabato, Gennaio 18, 2020

Niente è come appare

crossdressing
Scrivo questo articolo in una giornata. Una giornata molto importante per me, perché cade a un anno esatto dalla mia prima uscita mediatica: un magnifico servizio sul Corriere che fornì a me l’opportunità di spiegarmi e ai tanti che lo videro l’occasione di sentir parlare credo per la prima volta di crossdressing.

Ora che Qmagazine mi chiede di collaborare con una rubrica fissa sulla sua rivista, sento innanzitutto la necessità di spiegare cosa s’intende per crossdresser, e per quale motivo, a differenza di altre categorie, la definizione non solo non esaurisce la descrizione della personalità di quelli come me, ma persino conduce fuori strada.

Il crossdresser è, sic et simpliciter, colui che indossa abiti del sesso opposto. Crossdresser sono gli uomini che vestono da donna e le donne che vestono da uomo. Le locuzioni “vestire da donna” e “vestire da uomo” vanno prese alla lettera: gli scozzesi in kilt non sono crossdresser perché il kilt è una gonna concepita per un fisico maschile, e allo stesso modo le donne occidentali in jeans o pantalone non sono crossdresser perché i capi che indossano sono concepiti per loro.

Il minimo comun denominatore a tutti i crossdresser è il bisogno di sentirsi nei panni del sesso opposto, quale che sia il capo che si decide di indossare. Un crossdresser maschio, se indossa un pantalone, vorrà indossarne uno da donna, e una crossdresser femmina, se indossa una t-shirt, ne sceglierà una sportiva maschile. Detto questo, attenzione! L’errore più comune che si fa è considerare il crossdressing alla stregua di una tendenza affine al sesso, come l’omosessualità e il transgender. Niente di più sbagliato. Mentre l’omosessualità e il transgender vanno a identificare caratteristiche intime dell’individuo, il crossdressing si ferma alla superficie (gli abiti sono un fatto non intimo ma esteriore) e nulla spiega delle cause che lo provocano.

La confusione che ne segue è esiziale, perché induce la gente a considerare il crossdresser per quello che spesso non è.
Esistono tante forme di crossdressing. Ci sono sì quelli che si vestono da donna come segno di omosessualità e quelli per cui il cambio di abbigliamento manifesta un primo passo verso una transizione di sesso; ma ci sono anche i crossdresser che semplicemente protestano contro le convenzioni sociali, o quelli che indossano abiti dell’altro sesso per scelta professionale (gli attori che si esibiscono en travesti). Alcuni, poi, diventano crossdresser a causa di una profonda scissione interiore per cui di giorno sono impiegati di banca in doppiopetto blu e la sera indossano parrucca tacchi e minigonne e si recano nei locali “per travestiti” (come ancora spregevolmente purtroppo si dice).

Vi rendete conto che nessuna di queste tipologie umane ha a che fare con l’altra? In ognuno di questi casi stiamo parlando di persone con tendenze sessuali e caratteristiche psichiche completamente diverse. Ecco perché il termine “crossdresser” non basta. Per capire occorre andare al di là di ciò che si vede.

Nulla di nuovo peraltro. Da tempo sento dire che niente è come appare.

Stefano Ferri

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