Nicola Campanelli: a tu per tu con l’autore di “L’amore che avrebbe dovuto essere”, romanzo LGBT da non perdere
Era il mese di agosto quando abbiamo presentato il libro di Nicola Campanelli – qui trovate la nostra recensione – in cui l’autore ha raccontato una storia di perdita e di rinascita di due fratelli, ambientando il racconto tra Napoli, Londra e Parigi. Un libro di rara bellezza e profondità, reso tale anche dalla prosa di uno scrittore unico nel suo genere. Nicola Campanelli è un artista a tutto tondo. È nato a Napoli ma vive a Barcellona. Lo abbiamo intervistato per voi. Qui, non si parla solo del libro e del suo lavoro di scrittore, ma anche alle tante attività collaterali: come gli incontri con alcuni giovani ragazzi delle scuole di Barcellona.
– Nella tua biografia c’è scritto che sei avvocato, danzatore, scrittore e giornalista, ma chi è il vero Nicola?
Il “vero me” non è uno solo, non lo è mai stato. Se l’essere avvocato appartiene a un periodo preciso della mia vita che mi ha soffocato e imposto un’etica – quella della legge – che non corrisponde alla mia ‘morale’, l’essere danzatore e scrittore sono ‘anime’ che convivono e dialogano dentro di me. Non sono lavori o ruoli che rivesto a seconda delle occasioni, ma modi differenti in cui la mia sensibilità prende forma. A volte una prevale sull’altra, a seconda del progetto, del momento della vita o dell’urgenza creativa del presente.
La danza rappresenta un modo di trasformare le mie emozioni e i miei pensieri in movimento.
La scrittura, invece, è il modo che uso per mettere ordine nella mia mente, per scavare, per restituire senso alle esperienze che vivo, una maniera per dare nome a ciò che mi abita. E tutte queste forme d’espressione hanno in comune una cosa: sono strumenti per comunicare. Sono il mio modo di sentirmi vivo, di rispondere a esigenze intime ma anche di condividere messaggi, di invitare chi mi legge o mi guarda a riflettere su ciò che considero importante.
– Da Napoli a Berlino fino a Barcellona. Come mai la scelta di lasciare l’Italia?
È accaduto quasi per caso, o almeno così mi piace pensarla. Tutto è iniziato quando ho scritto il mio primo libro. Si trattava di un diario intimo, completamente autobiografico. Quando mi proposero di pubblicarlo, decisi di farlo con uno pseudonimo Confessioni di un ragazzo perbene di Andrea A. (Dante&Descartes, Napoli, 2011). Quel libro ha rappresentato una svolta profonda. È stato come pronunciare a voce alta una verità che fino a quel momento avevo tenuto per me e, come spesso accade quando si dà voce a qualcosa, non si può più tornare indietro. Fu allora che iniziai a percepire con chiarezza una dissonanza che prima avevo solo intuito. C’erano, certo, le inquietudini personali, quelle che ti seguono ovunque. Ero avvocato, ma avvertivo una distanza crescente tra me e il mondo codificato della legge. Dentro di me, il richiamo dell’arte, della danza, che è sempre stata la mia passione più autentica, diventava ogni giorno più forte. A un certo punto ho capito che restare sarebbe stato un tradimento irreversibile verso me stesso. Così ho deciso di cambiare tutto. Berlino, in quel momento, era esattamente il posto che cercavo: una città che non giudica.

Lì ho potuto capire chi fossi davvero e presentarmi agli altri in un modo più sincero e più fedele a ciò che ero e sentivo in quel momento. Poi, dopo tanti anni di cielo grigio, ho sentito il richiamo alle origini, il bisogno del sole, del mare, della luce. È così che è arrivata Barcellona, una città che per tanti versi mi ricorda Napoli. Ma, a differenza di Berlino, non ho mai idealizzato. Nonostante ciò, non mi provoca quella stessa indignazione e quella stessa insofferenza che provo in Italia per ciò che non funziona, per la politica, per le riforme che attendo sin da quando ero piccolo e che la sinistra ha sempre mancato l’occasione di realizzare. Da questo punto di vista, la Spagna è molto più avanti. Noi restiamo, purtroppo, il fanalino di coda dell’Europa. E però l’Italia, o meglio, Napoli, non si lascia mai davvero. Resta addosso, appiccicata come il sale dopo un tuffo. Napoli resta il mio luogo, ci sono la mia famiglia, la mia casa, e anche quando sei altrove, continui a portarla con te.
Nel tuo ultimo romanzo – L’amore che avrebbe dovuto essere – regali un’immagine vivida di Napoli e delle sue bellezze. Qual è la parte della città che ti piace di più e perché?
Di Napoli mi affascina prima di tutto la sua storia, quell’aura di capitale antica che porta addosso come un mantello consunto ma ancora regale. È una città che ha conosciuto primati straordinari, soprattutto sotto i Borbone. Un luogo colto, vivace, innovatore. Questa regalità non è solo nelle cronache o nei libri, ma si trova ancora nei palazzi, nelle strade che sembrano custodire la memoria di un passato imponente e vulnerabile al tempo stesso. E forse è proprio questo contrasto a renderla così unica. Amo l’arte che sopravvive nonostante tutto: i monumenti segnati dal tempo, i prospetti scrostati che nascondono affreschi, gli interni nobiliari che la quotidianità ha inglobato senza riuscire davvero a spegnerne la bellezza.
A Napoli, però, non esistono solo palazzi: esistono scale, percorsi, spirali architettoniche che raccontano il teatro della vita. Basti pensare alle scalinate barocche di Palazzo dello Spagnolo, quelle ellissoidali di Palazzo Mannajuolo, quelle che conducono al loggiato di Palazzo Venezia, quelle monumentali di Palazzo Sanfelice e Palazzo Trabucco fino allo scalone d’onore di Palazzo Reale. Se penso a quale parte della città preferisco, non riesco a sceglierne una: ciò che amo è la sua totalità, la stratificazione, l’identità molteplice. Napoli è un organismo vivente in cui la regalità convive con la fragilità, in cui la storia si sovrappone ai problemi contemporanei senza cancellarsi, in cui la bellezza resiste persino quando nessuno sembra volerla proteggere.
Oltre al tuo lavoro di scrittore e giornalista, ultimamente sei stato impegnato in altri progetti?Raccontaci un po’ le tue attività “collaterali”.
Oltre al lavoro di scrittore e giornalista, negli ultimi mesi sono stato — e continuo a essere — molto impegnato in tutto ciò che segue la pubblicazione di un libro. È un tipo di lavoro che non appartiene alla fase creativa, ma è comunque necessario: incontri, presentazioni, interviste, attività di promozione che servono a far arrivare il romanzo alle persone.Con il mio ultimo romanzo, L’amore che avrebbe dovuto essere (Graus, Napoli, 2025) è accaduto qualcosa di diverso. Oltre alle presentazioni in senso stretto, sono stato coinvolto in iniziative che reputo davvero lodevoli, e che rappresentano per me una sorta di restituzione morale: gli incontri con gli studenti di vari istituti scolastici. Mi è capitato a Barcellona come in Italia, e ogni volta è un’esperienza che mi arricchisce, forse più di quanto io riesca ad arricchire loro. I ragazzi si trovano a confrontarsi con un testo che non fa sconti: una realtà cruda, fatta di mancanza di autostima, sensi di colpa, paure, insicurezze, narcisismo, amori tossici, relazioni senza alcun lieto fine. Leggono e riconoscono frammenti di sé, ombre che magari non avevano mai nominato.

Ma anche per me è un percorso formativo, perché devo continuamente interrogarmi su ciò che posso dire e su ciò che invece non sarebbe giusto dire, per non condizionarli, per non interferire con le loro convinzioni, per lasciarli liberi di elaborare, capire, scegliere. La soddisfazione più grande arriva quando percepisco che le mie parole possono davvero fare qualcosa di buono: aiutare un ragazzo a volersi un po’ più bene, a sentirsi meno solo, a pretendere rispetto dagli altri; oppure spingere un altro a empatizzare, a schierarsi dalla parte del più fragile, a mettere in discussione quella narrativa eteronormativa con cui siamo cresciuti e che tanto spesso impedisce la comprensione autentica dell’altro. È in quei piccoli cambiamenti, in quei semi che forse germoglieranno, che sento il valore reale di ciò che faccio.
Oltretutto, incontrare gli studenti mi sembra oggi più che mai un dovere e un privilegio, soprattutto alla luce di quanto sta accadendo nel nostro Paese sul fronte dell’educazione. Mi riferisco al disegno di legge del ministro Valditara, che introduce il principio del consenso informato per le attività di educazione sessuo-affettiva. In questo quadro, poter parlare con i ragazzi diventa essenziale: non soltanto per promuovere la lettura e la sensibilità critica nei confronti di temi duri e complessi, ma anche perché la scuola non può diventare il luogo in cui si rimuovono conversazioni che salvano vite e costruiscono consapevolezza. Questi incontri sono l’unica possibilità concreta di offrire strumenti di ascolto, contro una tendenza che rischia di svuotare la scuola del suo ruolo civile e formativo.
Tornando al tuo romanzo: cosa ti ha spinto a raccontare la storia di Matteo e Camilla? C’è qualcosa di autobiografico?
Non è stata soltanto una necessità narrativa, ma un dovere morale: sentivo l’urgenza di usare la fiction come lente per mettere in evidenza l’analisi critica di storture relazionali, sociali e politiche che ci riguardano tutti, perché spesso restano sotto silenzio o vengono normalizzate. Matteo e Camilla nascono come figure emblematiche, ma persone complesse, attraverso le quali ho voluto esplorare come i traumi, l’insicurezza, il narcisismo, la violenza sottile delle relazioni affettive, le diseguaglianze e le strutture di potere si intreccino tra loro; come le dinamiche private siano costellate da nodi pubblici.
C’è qualcosa di autobiografico nel romanzo, ma non nel senso di un resoconto diretto. Parte delle emozioni, delle domande provengono dalla mia esperienza e dalla mia osservazione, da quella tensione che si manifestò apertamente quando pubblicai il mio diario con uno pseudonimo e che da allora mi ha reso più attento al confine tra verità personale e responsabilità sociale. Il mio obiettivo non era confessare, ma provocare riflessione. Raccontare Matteo e Camilla significa mettere in scena queste contraddizioni, offrire strumenti di riconoscimento a chi legge, e suggerire che la trasformazione passi prima di tutto dalla parola.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Per il futuro ho un progetto molto ambizioso: fare più viaggi possibili e provare a essere un po’ più sereno e, perché no, più felice. Per il resto, continuerò a scrivere, perché è la mia casa e il mio modo di stare al mondo, e mi auguro sinceramente di tornare anche a creare coreografie. In fondo, le mie strade sono sempre state più di una, e vorrei che continuassero a intrecciarsi così: parole, movimento, ricerca e magari qualche biglietto aereo nel cassetto.
