Maciste, Ercole e gladiatori: l’inaspettato lato gay del peplum italiano

Muscoli scolpiti, tuniche ridotte al minimo, corpi coperti d’olio, combattimenti, catene, uomini che si affrontano nelle arene e amicizie virili portate fino al sacrificio. A guardarli oggi, alcuni film italiani dedicati a Ercole, Maciste, Ursus e ai gladiatori possono provocare una sensazione curiosa: dietro l’esaltazione apparentemente granitica della mascolinità sembra emergere qualcosa di decisamente più ambiguo.

È il mondo del peplum italiano, il genere cinematografico che tra la fine degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta trasformò l’Italia in una gigantesca fabbrica di eroi dell’antichità.

Film pensati certamente per celebrare forza, coraggio e virilità. Ma che, involontariamente o meno, finirono anche per mettere al centro dello schermo una cosa relativamente insolita per il cinema dell’epoca: il corpo maschile come spettacolo da guardare.

Ed è proprio per questo che il peplum può essere riletto oggi anche attraverso uno sguardo gay.

Prima di Ercole c’era Maciste

Per capire questa storia bisogna tornare molto più indietro degli anni Sessanta. Una delle prime grandi icone muscolari del cinema mondiale nasce infatti proprio in Italia.

Nel 1914 Giovanni Pastrone dirige Cabiria, spettacolare kolossal ambientato durante la seconda guerra punica. Nel film compare un personaggio destinato ad avere una fortuna enorme: Maciste, interpretato da Bartolomeo Pagano, che prima di diventare attore lavorava come scaricatore nel porto di Genova.

Gabriele D’Annunzio, coinvolto da Pastrone soprattutto per le didascalie e i nomi dei personaggi, descrisse Maciste come un liberto legato idealmente alla figura di Ercole. Pagano, scelto proprio grazie al suo fisico eccezionale, divenne rapidamente una celebrità.

Maciste uscì presto dai confini di Cabiria per diventare protagonista di una lunga serie di film. Il suo nome entrò persino nel linguaggio comune: ancora oggi in italiano definire qualcuno “un Maciste” significa evocare un uomo dalla forza straordinaria.

Era nato un modello destinato a tornare continuamente nel nostro cinema: l’eroe la cui principale caratteristica non è ciò che dice, ma il suo corpo.

L’Italia diventa la patria degli uomini muscolosi

Il vero boom arriva però nel 1958 con Le fatiche di Ercole di Pietro Francisci.

A interpretare Ercole è Steve Reeves, culturista americano ed ex Mr America e Mr Universe. Reeves sembra letteralmente una statua classica diventata umana: spalle enormi, vita stretta, muscoli perfettamente definiti e costumi studiati per nascondere il meno possibile.

Il successo è enorme anche fuori dall’Italia e apre le porte a una produzione quasi industriale di avventure mitologiche. Arrivano così decine di Ercole, Maciste, Sansone, Ursus e gladiatori.

Accanto a Reeves compaiono culturisti come Reg Park, Mark Forest, Gordon Mitchell e Gordon Scott, mentre anche alcuni italiani assumono pseudonimi anglosassoni: Adriano Bellini diventa Kirk Morris e Sergio Ciani diventa Alan Steel.

Le storie cambiano, ma la formula rimane riconoscibile.

C’è un tiranno da sconfiggere, una popolazione da liberare, qualche creatura mostruosa, una donna bellissima da salvare e, soprattutto, un protagonista che trova continuamente ottime ragioni narrative per mostrare il proprio fisico.

Quando il vero spettacolo diventa il corpo maschile

Ed è qui che la faccenda diventa interessante. La trama dei peplum è generalmente eterosessuale: l’eroe ama o salva una donna e il lieto fine ristabilisce quasi sempre l’ordine tradizionale. Ma la macchina da presa sembra spesso interessata a qualcos’altro.

Sono i muscoli dell’eroe a essere illuminati, inquadrati e messi alla prova. Il protagonista solleva massi, spezza catene, combatte corpo a corpo, viene catturato, immobilizzato, torturato e infine liberato.

Il corpo maschile non serve soltanto alla storia: diventa esso stesso una delle principali attrazioni del film.

Robert A. Rushing, che ha dedicato diversi studi al genere, ha osservato come muscoli, addominali, pelle e sudore riempiano letteralmente lo schermo dei peplum. Il paradosso è particolarmente affascinante: questi film costruiscono mondi fortemente erotizzati nei quali il desiderio sessuale viene però quasi sempre lasciato fuori campo.

Lo spettatore è quindi autorizzato a contemplare a lungo il corpo dell’uomo perché, ufficialmente, sta semplicemente ammirandone forza ed eroismo. Ma naturalmente quello sguardo può essere molto meno innocente.

Un immaginario perfetto anche per lo sguardo gay

Non sorprende quindi che il peplum sia stato successivamente reinterpretato dalla cultura gay.

Lo studioso Robert A. Rushing si è chiesto esplicitamente come questi film riuscissero a gestire le loro evidenti attrazioni non eteronormative: bodybuilder seminudi e oliati, costantemente offerti allo sguardo dello spettatore, all’interno di storie che continuavano formalmente a ribadirne l’eterosessualità.

E la questione non appartiene soltanto alle riletture contemporanee. La studiosa Maria Wyke ha ricordato un episodio particolarmente significativo: alla fine degli anni Sessanta un peplum italiano distribuito negli Stati Uniti come My Son, the Hero venne programmato all’Apollo Theater di Los Angeles nell’ambito di una delle prime rassegne cinematografiche rivolte a un pubblico gay. La serata venne pubblicizzata addirittura come occasione per un grande “camp out”.

In altre parole, una parte del pubblico gay aveva già imparato a guardare quei film in maniera diversa.

Gladiatori, catene e amicizie molto intense

Il sottotesto non riguarda solamente i protagonisti. Il mondo del peplum è popolato quasi esclusivamente da uomini: soldati, schiavi, gladiatori, guerrieri e compagni d’armi. Gli uomini combattono insieme, si salvano reciprocamente, si abbracciano, vengono imprigionati insieme e costruiscono rapporti basati su una fortissima solidarietà maschile.

È quella che gli studi sul cinema definiscono spesso omosocialità: relazioni intense tra persone dello stesso sesso che non sono necessariamente sessuali, ma che possono facilmente produrre un sottotesto omoerotico.

Nel 2022 Andrea Meroni ha dedicato proprio a questo argomento il saggio Sottotesti omoerotici tra peplum e spaghetti western, pubblicato nei Quaderni del CSCI dedicati alla storia dell’erotismo nel cinema italiano.

E basta riguardare molte di quelle scene con occhi contemporanei per capire perché.

Corpi seminudi che lottano uno contro l’altro. Gladiatori che condividono celle e allenamenti. Eroi incatenati con il torso scoperto. Guerrieri che si misurano continuamente attraverso la forza fisica.

Elementi perfettamente giustificabili all’interno del racconto avventuroso, ma capaci di assumere un significato completamente diverso a seconda di chi guarda.

Il paradosso della virilità

È forse questo l’aspetto più affascinante del peplum. Nel tentativo di creare l’uomo più virile possibile, il cinema italiano finì per costruire uno degli spettacoli del corpo maschile più espliciti del cinema popolare del Novecento.

L’eroe doveva essere così maschile da diventare quasi irreale.

Non sorprende che molti protagonisti provenissero direttamente dal bodybuilding. Il loro fisico non era semplicemente quello di un attore atletico: era un corpo costruito appositamente per essere osservato.

Steve Reeves ne rappresenta probabilmente l’esempio perfetto. La sua presenza contribuì a creare un modello estetico destinato a sopravvivere ben oltre il peplum: dal fantasy muscolare degli anni Ottanta fino ai supereroi contemporanei, il principio rimane sorprendentemente simile.

Il corpo dell’eroe deve essere desiderabile mentre pretende di essere soltanto potente.

Non erano film gay. Ma potevano essere guardati così

Naturalmente sarebbe sbagliato trasformare retroattivamente Le fatiche di Ercole o i film di Maciste in opere LGBTQ+.

Non lo erano. Anzi, quando il cinema storico dell’epoca rappresentava personaggi esplicitamente o implicitamente queer, tendeva spesso ad associare effeminatezza e ambiguità sessuale ai cattivi, contrapponendole alla mascolinità apparentemente incontestabile dell’eroe.

Ma proprio questa contraddizione rende il genere interessante.

Da una parte il peplum cercava di stabilire continuamente cosa significasse essere un “vero uomo”. Dall’altra esponeva quel vero uomo allo sguardo dello spettatore con un’insistenza raramente concessa al corpo maschile nel cinema mainstream dell’epoca.

Il risultato è un cortocircuito affascinante. Ercole salva la ragazza. Maciste libera gli oppressi. I gladiatori combattono per la libertà. Ma intanto la macchina da presa continua a mostrarci pettorali, gambe, schiene, sudore e corpi che si toccano.

Un pezzo di cultura queer nascosto nella storia del cinema italiano

Oggi il peplum può quindi essere riscoperto anche come una curiosa pagina della storia culturale gay italiana, senza bisogno di attribuire ai film intenzioni che probabilmente non avevano.

È piuttosto la dimostrazione di come un’immagine possa vivere indipendentemente dallo scopo per cui è stata creata.

Il cinema italiano degli anni Cinquanta e Sessanta voleva riportare sullo schermo gli eroi dell’antichità. Per farlo riempì Cinecittà e altri set italiani di culturisti americani, gladiatori, templi, sandali, tuniche e corpi seminudi.

E quasi senza accorgersene creò un immaginario che, decenni dopo, continua a prestarsi perfettamente a una lettura queer.

Forse è proprio questo il piccolo paradosso di Ercole e Maciste: nati per rappresentare l’ideale assoluto della virilità, sono diventati anche irresistibili oggetti dello sguardo maschile.

E una volta notato, guardare un vecchio peplum italiano con gli stessi occhi diventa praticamente impossibile.

Immagine cover: Steve Reeves in Le fatiche di Ercole (1958) – Public Domain, via Wikimedia Commons