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La valigia di Stefania

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Stefania vive in un paesino minuscolo della provincia piemontese e lavora come infermiera a pochi kilometri da casa, a Casale Monferrato. Stefania è transgender: la sua transizione è iniziata due anni fa, alla soglia dei 50 anni. 

Forse mia madre avrebbe sempre desiderato una bambina: mi faceva tenere i capelli lunghi e comprava abiti, diciamo, poco maschili. Ero circondato da dodici zie affettuosissime, che mi accudivano con grande cura ed impostavano il mio stile di vita: scuola, studio, gioco e la domenica a messa. Ero un bambino che fin da piccolissimo era molto seguito. Ero chiamato spesso a svolgere mansioni prettamente femminili come pulire verdura o aiutare a cucinare. Nel mio cesto dei giochi c’erano piccoli ferri da stiro, piccole batterie da cucina…non cacciaviti o martelli”.

È verso i 17 anni che Stefania prende consapevolezza della sua identità: “Ero molto emotivo, la sensibilità femminile mi è sempre appartenuta, ma non si identificava nel mio corpo”.

È così che Stefania, Stefano all’epoca, nel giro di pochi anni si butta nella vita e lo fa senza esitazioni: all’età di 19, parte per il Madagascar come volontario in un piccolo ospedale ginecologico, per molti mesi. “Da lì a poco, sarei partit* per una nuova destinazione, Cuba”.

Ad Havana incontra una ragazza e se innamora, la sposa ed hanno una bimba. Anche qui Stefano, ormai infermiere ben rodato, aiuta in ospedale e vi lavora per anni, ancora come volontario “era durante l’embargo ed era dura… Ho visto morire molta gente che si sarebbe potuta salvare, ho comprato personalmente aerosol ed attrezzature sanitarie, ho fatto anche il carcere per aver aiutato persone a sopravvivere…

Il suo rientro in Italia lo vede solo, con la sua bimba piccolissima: la mamma decide di non seguirlo. Stefano inizia a lavorare, nei reparti più difficili: dal pronto soccorso pediatrico (“i colleghi avevano capito la mia predisposizione e chiamavano sempre me quando si trattava di curare i più piccoli e spesso anche di accudirli e tranquillizzarli”), all’assistenza per i malati terminali.

Malgrado Stefano sia un gran lavoratore e non si sottragga mai ai propri doveri, il pregiudizio e la discriminazione lo colpiscono duramente: “Dove lavoravo, ero costantemente messo da parte: ho vissuto malissimo quel periodo della mia vita, perché non riuscivo a spiegarmi tanta rabbia nei miei confronti. Venni anche segnalato al capo dei servizi infermieristici e fui costretto ad intraprendere una terapia psicoanalitica. Ebbi però la fortuna che la sua migliore amica fosse una transgender, il che influenzò positivamente la decisione finale: nessun provvedimento disciplinare o sanitario poteva esser preso nei miei confronti”.

Stefano entra così in un ambulatorio in un’altra parte della città e qui rinasce. Le colleghe ed i colleghi lo accolgono subito senza pregiudizi e si instaurano vere e proprie amicizie. Smette di assumere ansiolitici e sospende la terapia psicologica. Inizia anche a scrivere, come pubblicista per giornali locali e per la radio.

Ricordo quando ero più giovane, negli anni più difficili, non avevo alcuna conoscenza che esistessero organizzazioni in grado di aiutarmi. Fu grazie ad un mio cugino di Palermo (uno degli organizzatori del Palermo Pride) che iniziai ad informarmi e ad attivarmi in favore della comunità LGBT. Su Alessandria, ho fatto parte del comitato promotore del nascente Pride, che si è tenuto due anni fa, per la prima volta”.

Il suo passing, che oggi è ancora alla fase iniziale, procede bene. “Sono seguito a Torino, presso l’Ospedale San Giovanni Antica Sede (SGAS). Ho già affrontato alcuni interventi come la blefaroplastica e la rinoplastica…tra poco sarà il momento delle corde vocali. Sono un po’ preoccupato perché tra le mie passioni c’è il canto che mi dà tanta forza”.

Mi chiamano rullo compressore, perché ho passato tante traversie nella vita, ma me le sono fatte scivolare addosso ed ho sempre dato il meglio di me stessa. Anche quando mio padre si fece una grassa risata al mio coming out, quando decise di escludermi completamente dalla sua vita, quando anche mia madre smise di parlarmi…Beh, da lì iniziò tutto ed imparai ad affrontare la vita da sol*: mi distinsi anche come allenatore di pallacanestro, arrivando a traguardi impensabili nella squadra giovanile dell’Armani Jeans. Ero quasi pront* a lasciare la sanità, ma capii che poi in realtà il mio vero lavoro era continuare dov’ero”.

Stefania smentisce quel luogo comune al quale spesso ci affidiamo quando parliamo dell’accoglienza ed inclusione come prerogativa delle grandi città. “Probabilmente se io fossi vissuta in una grande città sarebbe stato tutto ancora più difficile. Le ed i transgenders sono spesso identificat* come persone di malaffare, emarginati e dediti alla prostituzione. Io non sono nulla di tutto ciò. Amo il mio lavoro e le persone, anche le più anziane, che mi sorprendono ogni giorno per la stima verso la qualità del mio lavoro. Da loro non ho mai ricevuto alcun segno di disprezzo, anzi! Viaggio da un paesino delle nostre colline all’altro tutti i giorni, per non lasciare indietro nessuno dei miei pazienti e tutti mi accolgono con un sincero sorriso. In una piccola città come la mia e nei paesini vicini è il merito del lavoro, più che l’identità sessuale a fare la differenza. La vita qui è per me come stare in un nido, che mi rende serena, accettata. Questo ha cambiato radicalmente la mia vita: sono tranquilla, ho presso anche qualche kilo e vado in ferie.

La conversazione con Stefania è costellata da tanti riferimenti alla giovane figlia ventiquattrenne che lei ha cresciuto da sola, fin da piccolissima. Odalis, questo il nome della giovane, è oggi una bellissima ragazza che ha già raccolto esperienze nel mondo dello spettacolo italiano ed argentino “Ho sempre seguito mia figlia, abbiamo una relazione quasi viscerale: alle feste dopo gli shootings ci andavamo assieme e ci divertivamo molto. Eravamo conosciuti come la coppia padre e figlia. È una persona molto concreta, ne abbiamo passate tante assieme. Ora lei sta iniziando a lavorare nel marketing a Torino e ne sono molto orgogliosa. Certo, quando le ho spiegato la mia intenzione di iniziare il percorso di transizione, non è stato facile per lei. Oggi però va molto meglio e ci scambiamo anche trucchi e creme. Siamo ancor più legate di prima”.

Abbiamo iniziato questo articolo parlando di una valigia….

Non è solo la metafora del viaggio di Stefania, bensì essa è un oggetto reale nei suoi ricordi. “Da ragazzo, quando andavo a ballare, uscivo in macchina vestito da uomo, con una valigia di abiti femminili e trucchi… poi arrivato a destinazione mi cambiavo, prima di entrare nel locale. La valigia mi ha accompagnato sempre nella ricerca di me stessa. Anche un altro oggetto ha segnato il mio percorso: la parrucca. Per un certo periodo ho adottato la parrucca sbagliata non davvero adatta a me e che mi creava un profondo senso di incertezza ed instabilità. Quando ho trovato quella giusta, in sintonia con il mio essere, tutto è stato più facile. Oggi mi sento una persona abbastanza in equilibrio, apprezzata e rispettata per quello che sono. Una persona come le altre, che fa il proprio dovere e porta anche un sorriso a chi ne ha bisogno. Cosa mi distingue? Forse la bustina e la pastiglia che prendo a mattina e sera per la mia terapia transizionale? Non credo proprio“.

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