Il mito di Michael Jackson rivive in un film che celebra (solo) i successi del Re del Pop
Non c’è un modo giusto o sbagliato per ricordare cosa ha rappresentato, per il mondo della cultura pop mondiale, il mito di Michael Jackson. Lui non è stato solo uno degli artisti più celebri del secolo scorso, che tra gli anni ’70, ’80 e ’90 si è imposto come il Re del Pop, ma è stato anche uno uomo dal passato difficile e da un presente molto controverso, i cui echi si odono ancora oggi nonostante Michael Jackson sia morto da oltre 10 anni. Il mito resta, come resta la sua musica, il suo impatto, e il modo in cui ha saputo cavalcare le mode senza mai scendere a compromessi con nessuno. Da qui parte l’idea di un film – nato come una vera e propria agiografia – che possa raccontare chi era l’uomo dopo l’artista, mostrando il lato umano e più intimo di Michael Jackson. Diretto da Antonie Fuqua e con Jaafar Jackson (nipote dello stesso Michael) scelto per il ruolo di protagonista, il film è arrivato in Italia nell’aprile del 2026 e, insieme a Il diavolo veste Prada 2, è diventato un vero e proprio fenomeno al botteghino. Colorato, pop, smaccatamente queer nella sua estetica più particolare e coinvolgente come un musical di Broadway, il biopic su Michael è una gioia per gli occhi e il cuore, anche se il film non buca lo schermo come tutti si aspettavano.
Michael, dagli esordi al successo: chi era l’uomo dietro al mito
Il plot ha un meccanismo molto semplice. Comincia a tessere il suo racconto fin dalla gioventù di Michael Jackson quando era solo un bambino ai tempi dei Jackson 5. Sotto la guida di un padre manesco e opprimente – che ha sempre voluto capitalizzare sul successo dei suoi figli -, si comincia a delineare lo spirito creativo del giovane Jackson. Nato e cresciuto con il sogno di diventare un artista, con il tempo comincia a comprendere quale sono le sue qualità. Fino a quando negli anni ’70 non debutta come solista con l’album Off the Wall. Il film lo segue nelle tappe salienti, focalizzando l’attenzione sulla consacrazione musicale con l’album di Thriller fino all’era Bad degli anni ’80, concludendosi proprio con lo storico concerto a Londra del 1988. Dal racconto traspare l’immagine di un Michael perennemente bambino ma anche l’immagine di un cantante che sa di poter scrivere la Storia con le sue stesse mani.
Michael, un film nato solo per i fan più accaniti
Al netto di qualsivoglia critica, il biopic di Michael funziona più dal punto di vista visivo che da quello dei contenuti. Il film non fa altro che autocelebrare i successi del Re del Pop e trascura tutto l’aspetto in merito alla sua vita privata. Affronta, ma con garbo e con poca enfasi, il rapporto conflittuale con il padre, il suo sentirsi sempre inadeguato e fuori posto, come evita di scendere nei dettagli in merito ai continui interventi chirurgici di Jackson. Qui traspare solo l’aura da cantante del buon Michael, si sente solo la sua voce, le sue canzoni e si intravede il genio visionario e anti-conformista che è stato. Ma il Re del Pop è stato questo e molto altro ancora e il film evita di affrontare un lato della sua vita, preferendo celebrare il mito e solo l’artista. Una scelta che non ha mai fatto implodere il film stesso, mostrando solo il cantante e non l’uomo controverso. Non a caso, la vicenda si conclude proprio all’apice del suo successo e prima che – era il 1993 – cominciassero a trapelare le prime accuse di pedofilia. Se si guarda, però, la pellicola da un altro punto di vista, è di sicuro una gioia per gli occhi e il cuore perché si getta a capofitto nei meandri degli anni ’80, raccontando di un mondo che non esiste più e di un modo di fare musica che è finito da tempo. Jaafar Jackson, che presta il volto per interpretare suo zio, brilla di luce propria riuscendo a regalare un’immagine vera e sincera del Re del Pop. Alla luce di un tale successo, si parla di un possibile sequel e che, finalmente, possa rivelare cosa ci sia dietro l’aura dorata di Michael Jackson.
