Il diavolo veste Prada 2: meno graffiante ma iconico più che mai. Ecco perché è un sequel perfetto 

È un dato di fatto che ci troviamo di fronte a un fenomeno cinematografico senza precedenti. Il diavolo veste Prada 2 – arrivato nelle sale lo scorso 29 aprile – ha superato qualsivoglia aspettativa e, dati alla mano, è diventato uno dei film che più hanno incassato durante la stagione cinematografica del 2026, arrivando a superare un record che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. Di solito è impossibile che un sequel, arrivato poi a 20 anni dal primo capitolo, possa essere bello e intrigante come l’originale e, per di più, superare le attese da parte del pubblico. Il diavolo veste Prada 2 ha compiuto un miracolo: non ha infratto ogni record possibile al botteghino ma ha avuto il coraggio (e la fortuna) di essere iconico quanto lo è stato il suo predecessore e, allo stesso tempo, ha avuto la sagacità di raccontare il mondo di oggi con uno sguardo cinico ma disamorato. Tutto il cast – anche lui iconico – è tornato per un’avventura modaiola, queer e iper-fashion tra le strade di New York, Milano e le sponde del lago di Como. Se avete ancora dei subbi sul film ora vi spieghiamo perché Il diavolo veste Prada 2 è perfetto nella sua disillusione, nel suo modo di riflettere sui social e sul mondo del giornalismo di oggi. 

Il diavolo veste Prada 2: di cosa parla il film?

Diretto ancora una volta da David Frankel, il fillm racconta le nuove sfide di Miranda Priestly (Meryl Streep) e della sua ex assistente Andy Sachs (Anne Hathaway), nel contesto di un’industria editoriale in profonda trasformazione, con una crisi crescente della carta stampata e l’ormai predominio dei media digitali. Siamo a New York nel 2026. Vent’anni dopo aver lasciato Runway, Andy, diventata nel frattempo un’affermata giornalista, viene improvvisamente licenziata insieme a tutta la sua redazione nel bel mezzo di una serata di gala in cui avrebbe dovuto ritirare un premio. Per rilanciare la reputazione della rivista e risolvere uno scandalo che ha coinvolto Miranda riguardo a un marchio accusato di sfruttamento, l’editore decide di assumere Andy come features editor (responsabile dei servizi speciali), a totale insaputa e contro la volontà della Priestly. Tornata a Runway, Andy trova un ambiente stravolto dal calo della carta stampata. Nigel (Stanley Tucci) le spiega che la rivista è costretta a inseguire il clickbait digitale, mentre Miranda ha dovuto moderare la sua storica severità a causa delle pressioni delle risorse umane. Le tensioni aumentano ulteriormente quando Miranda deve trattare con Dior, dove Emily (Emily Blunt) lavora ora come brand manager, riaprendo vecchi rancori. Tra lo scontro generazionale, la crisi del settore e le sfide personali del presente, Miranda e Andy si trovano costrette a ridefinire i loro ruoli di donne di potere, affrontando il futuro con stile, determinazione e la consueta ironia.

Il diavolo veste Prada 2: tra crisi e sogni infranti, perché il film parla di noi e racconta ciò che siamo diventati 

Oltre il fashion e oltre l’immagine colorata di New York, Il diavolo veste Prada 2 è un film (essenzialmente) diverso rispetto al primo capitolo. Venti anni fa, la storia di Andy e Miranda ha raccontato quanto fosse glamour e competitivo il mondo della moda e del giornalismo e ha fatto capire quanto fosse difficile trovare il modo di affermarsi in un settore in cui vige la regola del più forte. Ora quel mondo non esiste più. Tutto, ogni cosa è cambiato e la stessa Miranda come anche Andy devono trovare il modo di bilanciare la vita e il lavoro. Il diavolo veste Prada 2 segna la fine di un sogno, e sbatte in prima pagina ciò che siamo diventati: sempre connessi, sull’orlo del burnout e di una crisi di nervi. Ciò che conta è l’immagine che traspare sui social e tutto passa in secondo piano. I sogni di gloria e di successo si sono infranti a causa di una crisi economica e sociale che ha cambiato ogni cosa. Tutti vogliono “essere loro” ma non è più come una volta. Nonostante ciò, anche se il film racconta la crisi del settore con un piglio deciso, getta uno sguardo disamorato alla realtà che stiamo vivendo senza dimenticare la sua iconicità, l’ironia e l’affabilità. Di sicuro, è stato meno pungente del primo – grazie al politically corrett – ma questo non toglie nulla al film che risulta magnetico e divertente, melanconico ma carico di speranza. Da vedere proprio perché mette in mostra ciò che siamo e ciò che potremmo ancora essere.