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sabato, Ottobre 24, 2020

Gianmarco Negri | Il primo sindaco trans d’Italia si racconta all’amica Antonia Monopoli

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Dall’infanzia ai giorni d’oggi. Il primo Sindaco trans d’Italia, l’avvocato Gianmarco Negri, si racconta all’amica Antonia Monopoli

Gianmarco Negri e la giunta comunale

Sono passati circa 12 mesi dalla tua elezione a sindaco, innanzitutto vorrei chiederti come stai?

Ciao Antonia sto bene, grazie.  Sono passati solo pochi mesi ma, soprattutto questi ultimi due, sono stati molto impegnativi e pesanti alle prese con un’emergenza che, da neoeletto Sindaco, mai avrei immaginato di dover fronteggiare. Questo, però, mi ha consentito di avere la conferma di essere parte di una squadra di persone meravigliose che si sono messe a disposizione dei nostri concittadini che, mi auguro, possano essere orgogliosi di noi. La nostra priorità è stata quella di portare avanti tutti insieme facendo fronte comune alle esigenze di tutti.  

Partiamo dagli inizi, quando e come hai scoperto la tua identità di genere?

È stata la mia identità di genere a scoprire me nel senso che ha reclamato di emergere in contrapposizione a quella biologica già dai primi anni della mia vita.  All’età della scuola, sentendomi più simile ai bambini, ho pensato che sarei diventato un maschio in modo naturale, che quella fosse un’evoluzione differente da quella degli altri bambini ma, comunque, la crescita di un “bambino” invece poi, nell’età dello sviluppo dei caratteri sessuali mi sono scontrato con la dura e triste realtà di un corpo che andava in una direzione a me sconosciuta, che mi faceva soffrire e mi spiazzava. A me è sempre stato chiaro chi fossi. Raccontarlo nell’età della fanciullezza non destava grandi preoccupazioni, semmai qualche sorriso, al contrario, parlarne nell’età dell’adolescenza, suscitava tensioni, preoccupazioni e, in tutti i modi, le persone intorno a me tentavano di farmi capire che io avessi torto su me stesso. Uno dei momenti peggiori della mia vita è stata la crescita del seno, quello sconosciuto sul mio petto che, come un marchio, indicava a tutti quanti la femminilità pronta a sbocciare. L’altro evento traumatico, anche se non evidente come il seno, ma sicuramente dirimente nel percorso della mia crescita, è stato il ciclo mestruale che è giunto come una sentenza senza appello. Ricordo quel momento pervaso dalla vergogna, non volevo che nessuno lo sapesse. Poi a 14 anni circa è iniziato il tunnel dell’anoressia che, a ritroso, posso identificare come una strategia per non crescere: avevo inconsapevolmente bloccato l’evoluzione del corpo. Un involucro doloroso a me estraneo e al cui interno nessuno vedeva chi realmente lo animava.

Come ha reagito la tua famiglia?

La mia famiglia ha reagito inizialmente sottovalutando le istanze di mascolinità, immaginando fosse una fase che si sarebbe risolta da sola, poi è subentrata la preoccupazione che ha lasciato posto all’incomprensione e infine all’accoglienza. Più o meno quando avevo 20 anni mamma ha scoperto che quella che io avevo presentato come un’amica in realtà era la mia fidanzata. La mia spiegazione è stata semplicissima “non sono lesbica, sono un ragazzo aiutatemi”. Mamma ha reagito malissimo e, nel suo intento (non manifestato) di proteggermi, ha ostacolato in tutti i modi il mio progetto di transizione. A quell’epoca ero troppo giovane e inesperto per capire che la sua reazione era dettata dall’istinto di protezione e così abbiamo avviato anni di lotte conclusesi intorno ai miei 23 anni quando ho smesso di parlare completamente del tema della transessualità e del mio bisogno disperato di cambiare sesso. Amo mia mamma e lei ama me quindi non ci siamo mai persi ma abbiamo fatto molta fatica a comprenderci a vicenda fino a quando, all’età di 35 anni, mi sono nuovamente aperto con lei trovando un’alleata e una colonna portante. Ricordo una sua frase “ti avrei voluto bene anche se tu ti fossi trasformato in una capra” e il pianto di quel giorno assieme al dolore e all’amarezza di aver impiegato 12 anni per aver trovato le parole per aprirmi con lei e darle modo finalmente di conoscermi. Lei, fino a quel momento, poteva soltanto conoscere la parola “transessuale”, una parola che porta con sé tutto lo stigma della prostituzione, legata all’immaginario di persone ai margini della società. Non poteva certo sapere che la transessualità è un evento che può interessare un essere umano nella sua evoluzione e che, se è vero che porta ad un percorso molto doloroso e difficile, è anche vero che è l’unico che può condurre alla felicità e all’equilibrio una persona che, come me, necessitava il riconoscimento del genere percepito e celato all’interno di un’anatomia che non gli corrispondeva. Mia sorella in quegli anni viveva lontana ma, come mia mamma, anche lei si è dimostrata nel momento del bisogno un’amica pronta a sostenermi aiutandomi anche in relazione alle spiegazioni che abbiamo dato ai suoi figlioli che ormai mi conoscevano come “zia”. Invece, con il marito di mamma, non ho mai avuto grandi problemi. Luigi aveva girato il mondo prima di conoscerla e quindi aveva avuto modo di conoscere altre persone con incongruenza di genere. Di mio padre non so dire nulla, è mancato quando avevo solo 8 anni.

Gianmarco Negri e la mamma Iolanda

In che modo ti sei difeso dalla società che ti circondava?

La società che mi circondava non è stata particolarmente aggressiva, le maggiori aggressioni alla mia persona le ho messe in atto proprio io con l’anoressia, con il silenzio, nascondendomi agli occhi del mondo che mi sembrava abitato da persone bellissime, tutte troppo belle per essere avvicinate da me.  Attiravo gli sguardi dei curiosi, ricordo le risatine, le frasi: “non si capisce se è carne o pesce”. Mi son difeso nascondendomi e rinnegando me stesso: ho iniziato a far crescere i capelli a fare i colpi di sole e a vestire in modo unisex. Con abilità ho rassicurato gli altri, ho restituito quell’immagine che mi avrebbe permesso di stare in pace: quella di una ragazza. Come persona trans non ho subito attacchi degni di nota. Anche dopo la vincita delle elezioni c’è stato qualcuno che ha imbrattato i manifesti, nei quali erano riportati gli esiti delle elezioni, ma sono stati eventi isolati per i quali sono state adottate le misure di protezione legalmente previste. Non bisogna avere paura di denunciare le persone che, con odio e con violenza, attaccano la famiglia LGBTQIA ove, per violenza, non mi riferisco solo a quella fisica ma anche a quella verbale. È necessario che la vittima abbia la forza di denunciare ciò che subisce anche ricorrendo al supporto delle associazioni operative sul territorio.

In che modo hai messo la tua professione di avvocato a servizio dell’attivismo TLGB?

Diciamo che qui ci sono piani che vanno ad intrecciarsi ma che io cerco di tenere, per quanto ciò sia possibile, separati. La mia professione di avvocato è stata negli anni modulata più che altro per quanto attiene le tematiche di difesa dei diritti in sede civile ed in sede penale a favore della famiglia LGBTQIA. Ma questo è avvenuto in modo spontaneo perché, ovviamente, c’è molta più passione per me nel patrocinare la pratica di una persona che vive ai margini, e che ha delle difficoltà, piuttosto che occuparmi di altri ambiti nei quali non ho avuto magari delle esperienze personali. Questo lato dell’esperienza diretta, che accomuna me e ai miei assistiti che transizionano, mi ha portato a mettermi anche a disposizione come attivista e volontario. Sotto questi due versanti devo la mia massima riconoscenza a te Antonia che, è il caso di dirlo “mi hai preso sotto l’ala” introducendomi all’interno dello Sportello Trans di Ala Milano. All’inizio come partecipante dei gruppi di Auto Muto Aiuto, di cui poi son diventato facilitatore assieme a te, e poi coinvolgendomi nei progetti che hai avviato. C’è anche una forma di attivismo che è relativa alla sfera professionale perché, come avvocato, porto nelle aule dei Tribunali qualche cosa di più profondo del semplice dato normativo. In questo passaggio sono agevolato in quanto, in particolare per quanto concerne le pratiche di riconoscimento di genere, vado a sviscerare temi che ho vissuto sulla mia pelle e che mi consentono di evidenziare sfumature che, un semplice tecnico del diritto, non potrebbe cogliere. Per quanto riguarda il volontariato posso affermare che il suo spirito aleggia in ogni ambito. Quando le persone mi chiedono un aiuto in realtà stanno dando a me la possibilità di rendermi utile e riscattare una parte del dolore che mi ha attraversato in quegli anni di silenzio e solitudine.

In una intervista in TV hai dichiarato: “si sente tanto parlare in termini medici di disforia di genere, a me piacerebbe tanto che si iniziasse a parlare di disforia sociale” in merito al fatto che una persona transgender dopo avere trovato l’equilibrio nel rapporto con sé stessa/o poi deve far fronte ad una società che non accetta. Può questo essere uno dei motivi per cui hai deciso di continuare il tuo percorso di attivista come sindaco?

Vorrei si parlasse di disforia sociale perché questa è una piaga che investe l’incongruenza di genere a tutti i livelli. Occorre un’opera forte, di cultura, di informazione capillare su tutto il territorio nazionale affinché le persone comprendano che il genere rappresentato da un essere umano, attraverso i suoi atteggiamenti e il suo modo di vestire, non dev’essere motivo di discriminazione o di morbosa curiosità, ma, al contrario, deve rappresentare un’opportunità di crescita e arricchimento. Senza questo fondamentale passaggio nessuno di noi potrà star bene: come si fa a pensare di raggiungere un grado sufficiente di armonia con il proprio essere se, nel momento in cui viene rappresentato all’esterno, esso è oggetto di derisione, violenza e discriminazione? Questa è una battaglia culturale che dobbiamo fare a favore dell’essere umano. Solo un tessuto sociale accogliente è terreno fertile all’espressione della nostra mente e del nostro corpo. La mia posizione privilegiata di Sindaco spero mi consenta di essere attore in questa rivoluzione gentile e di concretizzare una politica di inclusione.

Noi, insieme, da attivisti, abbiamo fatto tante battaglie per il mondo transgender, qual è quella che più ti è rimasta impressa e quella di cui di più nutri uno spiacevole ricordo?

Cara Antonia è difficile immaginarmi attivista al tuo pari perché tu, da oltre 20 anni, ti occupi di militanza. Mi hai chiesto di collaborare assieme a te quando avevo da poco iniziato la mia transizione ed ero alle prime armi, non ero conosciuto da nessuno e soltanto tu hai avuto fiducia in me. Per quanto riguarda le nostre battaglie diciamo che noi lavoriamo nel sottobosco. La maggior parte delle cose che facciamo non si vedono, non si sentono, non le pubblicizziamo. Le conoscono le persone che ne beneficiano e questo credo sia il nostro punto di forza, cioè quello di non essere “attivisti da tastiera” ma “sul campo e in prima linea. Diciamo che il progetto che mi è rimasto più impresso è stato quello nel quale mi hai coinvolto nella formazione delle figure apicali delle Forze dell’Ordine. Mi è rimasto impresso perché ho colto tutta l’importanza di quella formazione quando negli anni ho raccolto gli effetti positivi che essa ha prodotto. Alcune persone, infatti, mi hanno raccontato di essere state fermate dalle Forze dell’Ordine che, pur in assenza di documenti rettificati, hanno rispettato il loro genere di elezione. Mi piace sperare che ciò sia stato frutto di quella formazione. Non ho uno spiacevole ricordo di progetti fatti con te Antonia, o con Arcigay Pavia che, con tanto amore, mi ha sempre permesso di accedere anche alla loro di famiglia e partecipare attivamente alle iniziative in campo.  Quello che posso dire è che negli anni ho preso atto dell’incapacità delle associazioni del mondo trans di mettere in capo azioni condivise per il raggiungimento di risultati concreti. Non voglio adesso aprire una polemica su questo tema però tu, Antonia, ricorderai bene alcuni progetti tesi all’avvicinamento tra le associazioni che, purtroppo, si sono rivelati fallimentari e questo sicuramente rimarrà per me uno spiacevolissimo ricordo.     

Quali sono le domande da non fare mai ad un uomo transgender?

Non credo che esistano domande che si possano fare o non si possano fare. Credo tutto dipenda da come viene posta la domanda, dal contesto in cui viene posta e dal rapporto che esiste tra i due o più interlocutori. Noi non siamo “fatti con lo stampino”, ogni uomo trans è diverso da un altro, così come ogni uomo cisgender è diverso da un altro. Ci sono uomini transgender ai quali non fa piacere parlare dei propri genitali, oppure non fa piacere rivelare il nome di battesimo, quindi di norma le domande da non fare a loro sono: “ti sei operato?” – “che taglia avevi di seno?” – “come ti chiamavi?” – “hai la fidanzata e come fai se non sei operato a farci l’amore?” – “davvero hai il fidanzato? e quindi ti penetra?”- “che senso ha cambiare sesso e andare a letto con un uomo?” – “perché non vuoi fare la falloplastica?”- “hai il ciclo” – “per orinare ti siedi?” – “come si vede che sei trans, sei sensibile proprio come le donne!” – “piangi perché in fondo non sei un uomo biologico”.  Queste sono domande o affermazioni che vanno a colpire alcuni ma non è detto che siano offensive per tutti. Per esempio, a me si può chiedere qualsiasi cosa ma, anche nel mio caso, che ne faccio diventare subito momento di attivismo, molto dipende dalle modalità con le quali mi vengono posti gli interrogativi. Se percepisco malizia o cattiveria mi irrigidisco e chiudo la conversazione. Quindi il suggerimento che mi permetto di dare è quello di avvicinarsi alla persona transgender, di capire il suo grado di sensibilità e poi, in base al tipo di confidenza, ci si può permettere di toccare alcuni argomenti oppure no. Ma questo credo che valga per le persone trans come per le relazioni tra qualsiasi persona.

Hai altri progetti per il futuro?

Il progetto principale per il futuro è contribuire a contenere la propagazione del COVID-19 che è diventato un dramma per tutti noi, vorrei capire da amministratore come fare per essere di aiuto. Lavoro perché lo studio possa crescere sempre più. Negli ultimi anni ho aperto collaborazioni che mi hanno permesso di coprire tutti gli ambiti del diritto: civile, penale, lavoro e amministrativo. Questa per me è stata una grande conquista e mi auguro di poterlo ampliare ulteriormente per offrire ai miei assistiti efficaci strumenti per la loro protezione. Per il Comune abbiamo tutto un programma elettorale che vorrei riuscire a realizzare per migliorare la vita del paese. Nel mondo dell’attivismo e del volontariato ho te amica mia e sai che andremo avanti a lavorare gomito a gomito. Un progetto personale sarebbe quello, un giorno, di riuscire ad avere una mia famiglia, per il momento essa è il mondo.  

  Cosa devono fare le persone transgender in Italia, secondo te, per salvaguardare il mondo dell’attivismo transgender?

Le persone transgender penso debbano imparare ad essere unite retrocedendo personalismi, interessi e desiderio di visibilità.  Questo il primo passo. Il secondo riguarda una necessaria opera di armonizzazione che dia anche delle priorità alle lotte da compiere. A titolo esemplificativo possiamo dire che ci sono delle emergenze e queste non possono certo essere trattate alla pari di altre questioni, una per tutte quella legata alla reperibilità degli ormoni e al fatto che questi non sono mai stati contemplati all’interno di fasce che consentano alle persone di accedervi senza spendere del denaro. Non possiamo, a mio avviso, privilegiare battaglie meno stringenti quando ci sono situazioni irrisolte, come questa, che vanno a penalizzare la fascia di persone più deboli e senza reddito. Nessuno deve rimanere indietro. Una volta che saremo riusciti, come popolo trans, a raggiungere l’unione di intenti sui diritti minimi essenziali, potremo concentrarci su altre questioni. Non credo che sia possibile contemporaneamente ottenere risposte positive alle numerose istanze del mondo trans. Bisognerà fare una scelta e spero che la nostra comunità abbia la lungimiranza di prediligere quella via che consenta di avere la vera uguaglianza.    

Un messaggio di speranza per chi leggerà questa intervista:

Credo che quello che è successo a Tromello, che mi ha dimostrato tanta fiducia eleggendomi Sindaco, possa succedere in ogni parte nel mondo ma, perché ciò diventi possibile, è necessario che ognuna e ognuno di noi riconosca in sé il valore che ha. Quando mi hanno chiesto di candidarmi non avrei mai immaginato che qualcuno mi potesse volere nella propria squadra. Mai avrei potuto sperare che addirittura mi chiedessero di candidarmi come Sindaco e, nemmeno nei miei sogni più belli, avrei fantasticato che i miei concittadini mi avrebbe consegnato le chiavi del Paese per amministrarli. Questo secondo me è l’esempio di quanto, a volte, credere in noi stessi sia la chiave per riuscire ad aprire tutte le porte. Anch’io, come tanti, sono in certi frangenti della mia vita insicuro e bisognoso di una pacca sulla spalla, quella che hanno regalato a me è stata importantissima e sono sicuro che chiunque, leggendo questa intervista, si potrà rendere conto che sono uno come tanti. Quindi, se ce l’ho fatta io a raggiungere qualche piccolo traguardo, sono certo che voi ce la farete a raggiungerne anche di più grandi.     

Antonia Monopoli

Gianmarco Negri e Antonia Monopoli

Antonia Monopoli è una donna e attivista transgender nata a Bisceglie provincia di BAT (Barletta, Andria, Trani). Nel ’94 si trasferisce a Milano per intraprendere quello che, in ambito medico scientifico, viene definito percorso di transizione o adeguamento di genere. Dal 2002 milita e lotta attivamente contro la transfobia e la discriminazione nei confronti di persone transgender esponendosi sempre in prima linea; diviene, così, una delle principali esponenti dell’attivismo trangender in Italia. Dal 2009 assume il ruolo di responsabile all’interno dello Sportello Trans di ALA Milano ed inoltre lavora come Peer Educator, in quanto transgender ed ex sex worker, per progetti sulla prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale e per progetti di coesione e inclusione sociale nell’ambito della prostituzione. Collabora, inoltre, a ricerche sullo sfruttamento sessuale e nel 2017 per un anno è stata coinvolta in un progetto all’interno della sezione trasgender in carcere a Como. 

Ha contribuito alla realizzazione di quattro documentari sulla realtà transgender: “Crisalidi 5 racconti di vita trans” di Federico Tinelli; “O sei uomo o sei donna.. chiaro?!” di Enrico Vanni; “Antonia” di Dimitri Singenberger; “Atopos Generi Teatranti” di Alberto Amoretti.

Inoltre, ha contribuito alla realizzazione di tre libri come “Diurna” di Monica Romano (Costa & Nolan Editore); “Le cose cambiano” (Corriere della Sera – Isbm Edizioni); “Doppia Pena” – Il carcere delle donne (Mimesis Editore) e nel 2019 ha effettuato un’autopubblicazione su Amazon, la sua autobiografia “La Forza di Antonia – Storia di una persona transgender”.

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