Alessandro Cecchi Paone: ecco i miei colori della libertà
In questa intervista Alessandro Cecchi Paone presenta il suo libro autobiografico “I colori della libertà”, un’opera che intreccia il personale con il pubblico. Racconta le ragioni della sua militanza per i diritti civili, l’evoluzione della società italiana e le sfide che le famiglie arcobaleno devono affrontare. Conclude con un messaggio di speranza per i giovani, invitandoli a vivere con gioia e a lottare per la propria identità, rimanendo in Italia.

Divulgatore scientifico e storico volto della tv italiana Alessandro Cecchi Paone per la prima volta si cimenta in un libro autobiografico (I colori della libertà, Edizioni Piemme). Ripercorre così la sua storia dal coming out pubblico del 2004, ai dieci anni di matrimonio con Cristina Espinosa Navarro, fino all’unione civile con Simone Antolini il 22 dicembre 2023.
Qual è stata l’idea che l’ha spinta a scrivere “I colori della libertà?
L’editore Piemme, marchio Mondadori, mi ha chiesto di raccontare le ragioni personali delle mia militanza per i diritti civili. Io ho fatto battaglie per i diritti, per la cultura, ma alla base c’è sempre stato il mio privato che mi ha indotto a scelte pubbliche, così dopo quaranta libri di divulgazione e saggi sono passato a scrivere della mia vita personale, dal coming out e le conseguenti reazioni con mia moglie, all’evoluzione del nostro rapporto, fino all’arrivo di una bambina nella mia vita, la figlia di mio marito. Sicuramente scrivere un saggio non comporta l’impegno emotivo che porta con sé lo scrivere dei propri amori e dolori.
Lei ha presentato il suo libro in tutta Italia che impressioni ha raccolto dal pubblico, qualcuno l’ha criticata?
Non è mai successo niente di sgradevole durante le presentazioni, l’Italia è cambiata non rispetto ai diritti civili che rimangono in una fase di stasi, è cambiata nella società, sono cambiate le persone, credo anche grazie all’attivismo continuo e alla televisione che ha letteralmente cambiato il sentiment del Paese verso le persone LGBTQ+. Se riflettiamo sull’Italia di venti anni fa nessuno si sarebbe schierato apertamente per i diritti, oggi dopo le unioni civili, i gay pride sono sempre più partecipati. C’è dibattito sulle famiglie arcobaleno, ma è un argomento aperto e l’accettazione del tema dei figli è ancora rara.
Qual è, a suo parere, la libertà più minacciata o più difficile da conquistare nella società contemporanea?
Siamo un po’ lontani dalla Spagna che da venti anni ha il matrimonio egualitario con tanto di adozione, ci manca molto per raggiungerli, ma la cosa più grave è l’impossibilità di mettere su una famiglia. Si può creare un’unione, ma non basta, se ci sono figli non ci sono titoli di uno dei due genitori per riconoscerli. La figlia di mio marito dal punto di vista dei diritti non ha in me una figura paterna, e questo si ripercuote su tante piccole cose, ad esempio non posso iscriverla a scuola non avendo nessun titolo legale a farlo. Le famiglie arcobaleno sono una realtà e non vanno a sostituire quelle eterosessuali, non tolgono loro nulla.
Quale è stato il giudizio del mondo accademico su un libro così personale?
Il mondo accademico mi ha accolto e sempre ascoltato. Insegno in cinque università in presenza e in tre telematiche e mai nessuno ha espresso giudizi sul fronte della mia vita personale. Anzi, gli studenti di oggi sono di una generazione che ammiro, perché queste basano il loro giudizio non su cosa diciamo, ma sull’esempio di vita che gli diamo. La coerenza tra impegno ed esempio di vita è molto apprezzata. Se si raccontano cose vere, storie di corpi, di vite vissute e di sentimenti allora ti ascoltano, ti rispettano, ti stimano e ti credono. Quello che ho fatto e detto ha attraversato il mio corpo e la mia militanza per i diritti civili è reale.
In questo momento storico in cui ci sono delle guerre in corso, e soprattutto bambini che muoiono ogni giorno a Gaza, non capita mai che qualcuno le anteponga queste problematiche e dia meno peso ai diritti civili?
Questa è l’unica critica che talvolta mi viene mossa quando presento il libro in pubblico. Viene richiesta una mobilitazione per cose “ben più importanti”. Ma non esiste una limitazione tra diritti sociali e umani, il primo ad affermarlo è stato Martin Luther King che sognava che ciascuno avesse tre pasti al giorno e il rispetto di ogni essere umano al di là del colore della sua pelle, il suo credo, la sua razza e oggi potremmo aggiungere al di là del proprio orientamento sessuale. La libertà implica entrambi i diritti. I palestinesi non hanno da mangiare e i gay, ma anche le donne, non sono uguali in tema di diritti. La libertà è una sola non esistono divisioni, vale per tutto e per tutte le situazioni e non è giusto fare una gerarchia dei tipi di lotta se non addirittura una competizione.
Lei ha a cuore le donne, e ha preso coscienza che il problema della disparità di genere si fa sempre più sentito in una società che dovrebbe essere più che evoluta nel terzo millennio e invece sembra tornare indietro. Cosa devono fare le donne per la loro effettiva libertà?
Nel mio libro le donne hanno un ruolo centrale. Racconto la storia della mia ex moglie con cui si poteva arrivare a un dolore definitivo con la separazione ma non è stato così. Superato il tema della sessualità, il nostro rapporto si è evoluto e ci ha permesso di non lasciarci mai più: oggi siamo inseparabili. Le donne sono la maggioranza, ma sono trattate come minoranza: sono le prime ad essere licenziate, a parità di ruolo nel lavoro prendono meno degli uomini, continuano a sostenere un doppio lavoro dentro e fuori casa non riconosciuto. Ritengo che dovremmo tornare al clima degli anni settanta, quando i movimenti femminili e le lotte hanno cambiato la nostra vita privata e pubblica, quando il tema femminile era molto più sentito.
Se potesse dare un consiglio a un giovane che si sente limitato nelle proprie libertà, quale sarebbe?
La vita è una sola e bisogna affrontarla con il massimo rispetto della propria identità. Siamo il Paese più anziano del mondo assieme al Giappone, in più ogni anno 100.000 giovani partono per andare a vivere e lavorare all’estero. È una sentenza letale per l’Italia: i giovani rinunciano a essere sé stessi nel proprio Paese. Ritengo questo uno spreco. L’affermazione dei diritti passa non solo per la lotta, ma anche attraverso il sorriso, l’allegria, la gioia, la possibilità di manifestarsi. Quindi direi ai giovani di affermare la bellezza della proprio diversità e vivere con gioia l’essere “gay”. La parola stessa evoca questo, la nostra bandiera è arcobaleno come quella della pace. Cercate la bellezza e il piacere se possibile, ma combattete anche per i vostri diritti con il sorriso, restando qui.
